Arrivai in prossimità della ‘Blink’, il cuore pulsante di tensione. Le strade, una volta familiari e sicure, ora mi sembravano terribilmente aliene sotto il manto di un crepuscolo che pareva non avere fine. Mentre entravo nel rondò che conduceva alla strada principale, un furgone sbucò all’improvviso dall’ombra, come un mostro nato dalla notte. Colpì la mia macchina sulla fiancata con un fracasso metallico e l’auto girò vorticosamente. La mia testa ronzava; mi sentivo stordito, quasi disconnesso dalla realtà, come se galleggiassi in un sogno oscuro e viscido.

Nella confusione di quei momenti, attraverso la mia vista annebbiata, riuscii a distinguere una figura avvolta in uno scafandro. Sembrava un fantasma, un’apparizione che si muoveva con determinazione e urgenza. Aprì energicamente la portiera dell’auto e mi trascinò fuori. Le sue mani erano salde ma gentili, come se conoscesse il delicato equilibrio tra salvare una vita e non causare ulteriore danno. Mi adagiò delicatamente su un carrellino, e poi tutto divenne buio, un buio profondo e totale.

Mi risvegliai disteso su un letto, la testa fasciata e un leggero dolore pulsante che mi attraversava il cranio come un lamento continuo. La figura con lo scafandro era lì, immobile e attenta, e mi rivolse la parola, il tono era preoccupato ma familiare: “Come va? Come fai ad essere vivo?”

Riconobbi immediatamente quella voce, nonostante la distorsione causata dallo scafandro. “Chiara! Sei tu! Non sai quanto ho desiderato che fossi qui…”, le confidai, sentendo un nodo nella gola e avendo la sensazione che lei già sapesse ogni dettaglio della mia avventura. Ma mentre le parole uscivano dalla mia bocca, un sottile strato di inquietudine si insinuò nella mia mente. Qualcosa non quadrava, come un dettaglio fuori posto in un dipinto altrimenti perfetto.
Chiara si sfilò lo scafandro, i suoi occhi erano fissi e intensamente interessati al mio risveglio. “Sì, ma come hai fatto a risvegliarti? Nessuno lo ha mai fatto, non da vivo, almeno. Come fai ad essere vivo?”


“Non lo so”, ammisi, “forse è stata la mia epilessia. A proposito, tu come hai fatto a sopravvivere?”
In quel momento, nonostante il caos che ci circondava, c’era un comfort innegabile nella sua presenza, una bolla di normalità in un mondo divenuto folle. Ma proprio quella normalità, in un contesto così aberrante, mi fece vacillare. Era come se stessi vivendo in due realtà simultaneamente, una familiare e l’altra completamente estranea.
Guardai Chiara, cercando nei suoi occhi una conferma della realtà che stavo sperimentando. Le sue parole erano esatte, la sua voce era quella giusta, ma l’energia che emanava era sottilmente diversa, quasi come una melodia distonica.
Chiara fissò il pavimento per un momento, come se stesse cercando le parole giuste. “Stavo lavorando proprio dentro questa camera bianca quando, attraverso la vetrata, vidi la gente fuori crollare una dopo l’altra, come se fossero state spazzate via da una forza invisibile. Ancora in equilibrio su quelle stesse gambe che molti avevano perso, intuii che l’aria fuori fosse stata contaminata. Senza esitare, presi e indossai questa tuta, progettata per le emergenze con fughe di gas. Il fatto che tu sia qui suggerisce che hai avuto un’intuizione simile sulla situazione. Ho visto e inseguito tutte quelle persone in trance e poi.. il resto penso tu l’abbia capito.”

Mentre parlava, un sottile velo di irrealtà sembrava avvolgere ogni cosa. L’atmosfera nella stanza divenne più pesante, come se la gravità avesse improvvisamente aumentato la sua presa. La familiarità della sua presenza contrastava con l’alienazione del mondo esterno, creando un vortice di sentimenti contrastanti.
«Si, penso di aver capito», dissi, gettando uno sguardo fugace all’orologio al mio polso, e poi un secondo, più attento.
«Perché guardi l’orologio così intensamente, Valter?»
Mi sedetti e, osservando le mie mani, un senso di meravigliosa consapevolezza mi avvolse, “Incredibile…”, mormorai. Poi alzai lo sguardo verso Chiara. «Quando controlli l’ora due volte in momenti successivi, e l’orario non coincide, sei in un sogno. Questo non è reale.»



Chiara inclinò la testa e un breve scintillio degli occhi annunciò una lieve tensione che increspò il suo viso. Si avvicinò con passo deciso. «Si che lo è, l’esperienza nei sogni non è diversa da quella reale, questo lo sai bene. » Le sue labbra cominciarono a tremare.
«Ora è importante che ti concentri perché stai per avere una crisi epilettica, ma puoi fermarla. Io…» esitò per un attimo, chiuse gli occhi cercando le parole, «Io posso offrirti qualcosa. Possiamo vivere in un giusto equilibrio. Puoi avere la Chiara che hai sempre desiderato. I tuoi sogni, le tue aspirazioni, tutto ciò che vuoi. La scarica di elettricità che avrai è incompatibile con la mia esistenza. Puoi fermarla. Non bruciarmi, e io ti farò vivere i tuoi sogni. Posso darti tutto, sapori, odori, esperienze che nessun uomo farà mai, Io non morirò, Tu non morirai. Devi solo concentrarti.»
Il suo sguardo era implorante, e per un attimo, il dubbio mi attraversò. Era possibile un equilibrio tra noi? Una simbiosi dove entrambi avremmo avuto ciò che desideravamo?
La tentazione di accettare l’offerta, di avere ciò che desideravo di più al mondo, era potente. Ma il ricordo di quelle persone, delle anime consumate sopra e sotto gli alberi, risuonava nella mia mente. Ero stato testimone dell’orrore, dell’annientamento di intere vite sotto il dominio silenzioso del parassita. Come avrei potuto giustificare un compromesso con un tale male?
L’immagine di Chiara di fronte a me era reale, ma dietro quegli occhi sentivo una presenza estranea. Le sue mani cercavano le mie, il suo sguardo era implorante, ma anche se ogni fibra del mio essere desiderava arrendersi, una parte di me sapeva che era una mera illusione.

Mi guardò e capì, vidi la figura di Chiara contorcersi e trasformarsi. I suoi occhi, una volta familiari, diventarono neri e vuoti, e la pelle del suo viso cominciò a sgretolarsi, rivelando la vera forma mostruosa che si nascondeva dietro.


Con un’ultima occhiata all’entità orrenda davanti a me, sentii l’oscurità avvolgermi, spazzando via quella realtà distorta.

