Il giusto equilibrio. Capitolo 2

Capitolo 2

1

Tirai la levetta del miscelatore e, quasi come una risposta, un temporale scoppiò con violenza all’esterno. La pioggia batteva sul tetto in modo inusuale, una sinfonia dissonante che sembrava fusa con l’acqua che mi scorreva sulla pelle. Immerso nella doccia, avvolto dall’isolamento della mia cabina di plexiglas, dovetti fare uno sforzo per distinguere il caos all’esterno. Eppure, in quella solitudine apparentemente protetta, sentivo sedie stridere, voci alzarsi, un’agitazione straordinaria che andava oltre un semplice temporale.

Un tonfo sordo contro il plexiglas fece accelerare il mio battito. Una poltiglia rossa scivolò veloce sulla superficie, ricordandomi una melma sanguinolenta. Quel dettaglio fu sufficiente a farmi comprendere che qualcosa non andava. Ma prima che potessi elaborare ulteriormente, avvertii un fremito di presenza alle mie spalle, una sensazione gelida che mi fece rizzare i capelli sulla nuca.

Voltandomi, mi trovai di fronte a due entità. Avevano la forma di vermi, ma fluttuavano in aria come se fossero governati da leggi fisiche diverse. Piccole zampette pendevano dai loro corpi, donandogli un aspetto ancora più inquietante. Ma quello che davvero mi fece gelare il sangue fu la loro capacità di librarsi, sfidando la gravità. In un impeto di terrore, alzai la porta della doccia come scudo. Quando le creature vi si schiantarono, si dissolsero in quella stessa poltiglia rossastra.

Il bagno, in breve tempo, divenne un inferno. Decine, forse centinaia, di quei vermi fluttuanti si materializzarono, attraversando pareti e pavimenti come fossero immateriali. Ogni colpo che sferravano contro la mia doccia mi faceva tremare, ogni gemito di terrore che emettevo echeggiava nel silenzio opprimente. Era chiaro che il plexiglas rappresentava una barriera insormontabile per loro, ma per quanto tempo avrebbe retto?

Potevo sentire il frastuono negli altri appartamenti, e facilmente immaginare cosa stava succedendo.

Dopo ciò che sembrò un’eternità, con il cuore in gola e la mente annebbiata dal panico, notai che le creature iniziarono a dissolversi, una dopo l’altra, finché il bagno non ritornò al suo silenzio originale. Ero solo, completamente nudo, in un bagno che sembrava essere stato il teatro di un incubo dantesco.

La sensazione di isolamento era palpabile, quasi tangibile, come se fossi l’unico sopravvissuto di un disastro di proporzioni cosmiche. Eppure, in quel momento, una cosa era certa: avevo affrontato l’ignoto e ne ero uscito vivo.

Mi tirai su piano con il pannello in plexiglas che mi faceva da scudo e andai ad esplorare la casa. Non c’era nessun segno del passaggio di quelle creature nella casa, nemmeno un suppellettile rovesciato, come se non fosse accaduto nulla.

Durante l’esplorazione casalinga il pensiero di aver vissuto tutto nella mia testa mi balenò un paio di volte, ma poi il silenzio innaturale per quell’ora, mi suggerì che, forse, quello che avevo vissuto non era il parto della mia mente malata.

2

Dopo essermi vestito in fretta, stringevo saldamente la porta della doccia tra le mani, come un amuleto protettivo. Se fosse stata un’allucinazione, quella lastra di plexiglas testimoniava la mia follia. L’avrei agitata davanti agli occhi di un medico e avrei implorato di essere internato.

Scendendo al secondo piano, notai la signora Dagmar seduta sulle scale. Anche da lontano, potevo percepire la sua quiete innaturale. Mentre mi avvicinavo, i dettagli del suo viso divennero più chiari: le palpebre chiuse si agitavano come se stesse vivendo un incubo, e ogni tanto un lamento soffocato le sfuggiva.

Il momento in cui aprì gli occhi fu ancora più sconcertante. Il suo sguardo si spostò freneticamente, ma sembrava non vedermi. Mentre le sue dita danzavano nell’aria, come se stesse cercando di afferrare fili invisibili, un lento filo di sangue le usci dalle orecchie. Il suono che proveniva dalla sua testa era unico, come il ronzio di un’insetto intrappolato. Era chiaro: qualcosa, o qualcuno, le stava mangiando il cervello dall’interno.

Il suo sguardo si incrociò con il mio per un breve, terrificante istante prima che gli occhi le rotolassero all’indietro, lasciandola in uno stato di vuoto.

Il panico prese il sopravvento, e corsi verso l’esterno, sperando di trovare una qualche forma di salvezza o almeno una spiegazione. Eppure, non appena misi piede fuori, fu il silenzio a salutarmi. Nessun suono, nessun movimento, solo strade deserte e il peso schiacciante di una tragedia non detta. Il mondo era diventato un luogo fantasma, un teatro di disastri invisibili e non raccontati.

Silenziose sciagure in strade vuote.

3

Tornai su per le scale, la mia corsa era frenetica e la porta di plexiglas scricchiolava contro il mio corpo. L’urgenza pulsava in me come una febbre. Di fronte a me, c’erano creature che sfidavano ogni mia comprensione, che operavano oltre il mio ristretto ambito di conoscenza. Loro, capaci di attraversare qualsiasi cosa con impunità, si erano rivelati avversari insidiosi. Tranne la plastica, maledizione, proprio quella plastica che avevo sempre considerato così insignificante.

Appena dentro l’appartamento, ancora in preda al tentativo di formare un piano, un suono aguzzo mi perforò le orecchie. Ero diventato terribilmente sensibile a quel ronzio. Correndo verso la finestra, il paesaggio fu chiaro e terribilmente reale: non un temporale, ma una muraglia mobile e minacciosa. Il tempo era essenziale. Cinque minuti, dieci al massimo. Dovevo proteggermi. Ma come?

Un’immagine mi attraversò la mente. Avevo visto quelle creature prima. Tardigradi. Creature microscopiche, indistruttibili, ma mai di quelle dimensioni. La mia mente corse a mettere insieme i pezzi, cercando di trovare un collegamento, una spiegazione logica. Il CERN! Avevo letto di esperimenti lì. La rabbia di non comprendere, di non poterlo fare in quel momento cruciale, mi avvolse. Ero immerso in un incubo, privo delle risposte e del tempo per cercarle. Eppure, dovevo agire, e rapidamente.

Ogni frammento di logica a cui mi aggrappavo mi portava inesorabilmente al CERN. Forse, in un qualche angolo oscuro dell’universo, avevano sfondato una barriera che non avremmo mai dovuto toccare. L’idea che la fine del mondo potesse essere causata da un errore umano era agghiacciante, ma allo stesso tempo, stranamente, rassicurante. Come se fossimo predestinati a causare la nostra stessa rovina.

La nostra esistenza era sempre stata circondata da un abisso di ignoranza, come nuotare in un oceano profondo senza vedere ciò che si muove al di sotto. Ora, però, quel velo era stato sollevato. Le creature dall’ignoto avevano fatto irruzione nella nostra realtà, mostrandoci quanto fossimo insignificanti e vulnerabili. Un amaro pensiero mi attraversò la mente: forse la nostra vita è solo un gioco di luci e ombre, e in mezzo, solo un’eterna ricerca di significato che non troveremo mai.

Ma mentre cercavo di far luce sulle oscurità del destino, un’ombra molto più personale e familiare cominciava a oscurare la mia mente. Un freddo terrore mi attraversò quando riconobbi i suoi segni premonitori.

L’epilessia, il mio eterno nemico, stava tornando. In mezzo all’apocalisse, il mio corpo sceglieva quel momento per tradirmi. Ironia della sorte, forse il mio destino non era di essere consumato da quei mostri, ma piuttosto di essere indifeso, svelando una fragilità umana ancora più grande di fronte al caos esterno. Una crudele manifestazione della condizione umana: sempre in lotta, sempre cercando di dare un senso, ma alla fine, sempre sconfitti dai nostri stessi demoni.

Era la fine, sarei stato divorato dai tardigradi di lì a poco. Nel momento prima di svenire, un ghigno ironico si dipinse sul mio volto: “In mezzo a miliardi di persone, l’ultima speranza dell’umanità è un operaio con epilessia. Giusto finirla qua.”

La scossa arrivò e svenni.

…continua.

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