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“L’antimateria, come suggerisce il nome, è l’opposto della materia. Quando particelle di materia e particelle di antimateria si incontrano, si annichiliscono producendo energia. Ma se l’antimateria era presente in quantità uguale alla materia all’inizio dell’universo, perché osserviamo solo la materia oggi?”
Mi trovai ad esaminare una didascalia sotto una foto del CERN: “L’esperimento verrà effettuato allo scopo di scoprire se il misterioso bosone di Higgs abbia qualche ruolo nella scomparsa della controparte della materia, l’antimateria.” La domanda mi perseguì per il resto della giornata. Perché la materia aveva avuto la meglio sull’antimateria?
Nonostante fossi solo un appassionato di scienza, e non un esperto, leggevo diligentemente ogni pezzo di notizia legato a queste ricerche mentre prendevo il mio caffè mattutino al bar. Avevo una comprensione base delle parole scritte, ma non avrei mai immaginato l’importanza e la tristezza che quelle parole avrebbero assunto per me in futuro.
Quella, infatti, sarebbe stata l’ultima testimonianza di un pensiero umano che avrei mai letto. Dopo quella mattina, il mondo come lo conoscevo, cambiò per sempre.

2
Mario si affacciò con un sorriso sulle labbra all’ingresso del bar, poi si
incamminò verso la sua macchina che avrebbe portato entrambi nel più
grande negozio per il fai da te a sud di Milano, come citavano i cartelli pubblicitari all’ingresso.
Mario, con le sue mani esperte e il suo occhio per i dettagli, era un vero maestro nel mondo del fai-da-te. Ogni volta che entrava nel grande negozio a sud di Milano, dove lavoravamo insieme, tutti si voltavano a guardarlo. Non solo perché era una presenza carismatica, ma perché aveva una reputazione. Mentre io mi occupavo principalmente della falegnameria, Mario era il jolly. Con un’abilità manuale ineguagliabile, veniva spesso chiamato per risolvere i problemi più intricati in qualsiasi reparto.

Uscendo per raggiungerlo nel parcheggio, fui colpito da una raffica di vento insolitamente calda e carica di sabbia. Guardando in lontananza, notai un cielo color arancione. Era evidente che una perturbazione africana aveva raggiunto la nostra città. Mi ricordai di una notizia alla radio che avevo ascoltato quella mattina, riguardo alle potenziali allergie causate da questi venti per le persone sensibili. Preoccupato per Mario, che sapevo essere allergico, corsi verso di lui per avvertirlo. Una volta che l’ebbi raggiunto, senza perdere tempo, ci infilammo in macchina sperando di evitare ulteriori esposizioni al vento carico di sabbia.

Mentre ci dirigevamo verso il posto di lavoro, ci ritrovammo in un ingorgo, una fila di macchine oltre l’orizzonte visivo. Mario, con quel suo tipico spirito critico e un po’ complottista, scuotendo la testa borbottò: “Ci sono i cinesi dietro a tutto.” Era convinto che fossero responsabili di quasi tutte le sciagure moderne. Nonostante la nostra differenza d’età, avevamo costruito un rapporto unico di amicizia e confidenza. Spesso mi dava consigli, alcuni bizzarri, altri preziosi. Quel giorno, come se avesse premuto un interruttore, cambiò argomento e mi fece un elenco di cose che avrei dovuto fare per essere attraente ad una donna. Io sospirando dissi: “Dai Mario, sai che non posso. Sono un disabile.” Ma Mario, con il suo inesauribile spirito positivo, non si lasciò abbattere dalle mie parole e continuò a incoraggiarmi, dimostrando ancora una volta quanto tenesse a me.

“Non dire queste cose Valterino,” mi disse. “Hai un bel lavoro, sei giovane, conosci molte cose, il punto è che hai ancora Chiara in testa, è finita. Devi girare pagina.” Aveva ragione, ma in quel momento, non mi sentivo di uscire con nessuno. Se lo avessi fatto, sarei stato costretto a parlare della mia malattia e non volevo sentire l’imbarazzo delle persone. Preferivo stare a casa a studiare, anche cose inutili. Stavo, ad esempio, facendo un corso sui sogni lucidi. Mario mi chiese cosa fossero, prima che potessi rispondere, qualcosa catturò la nostra attenzione.

Una macchina era uscita dalla fila e aveva invaso la carreggiata opposta, terminando la sua corsa contro il guardrail.
Per fortuna, nessuna macchina stava viaggiando nella direzione opposta. Il guidatore aveva improvvisamente perso i sensi, fu la spiegazione che ci demmo. Nonostante le persone che prestavano soccorso coprissero parzialmente l’abitacolo, potevamo vedere chiaramente il suo interno.
Anche il passeggero aveva perso i sensi “improvvisamente”.

Poi, Mario, cercando di rompere il ghiaccio e cambiare argomento, disse: “Sogni lucidi, hai detto?” Mi girai verso di lui e annuii. “Beato te che fai sogni lucidi, io faccio sempre quelli… diciamo, meno puliti,” rispose con un sorriso malizioso.

L’entusiasmo di Mario era palpabile. “Posso fare tutto nei sogni lucidi? Anche giocare a calcio?”
“Certo,” risposi, “ma prima devi imparare come farlo. Non è semplice come chiudere gli occhi e iniziare a sognare. Ci sono delle regole da seguire, una routine da predisporre durante il giorno per condizionare il subconscio.”
Mario socchiuse un occhio e increspò le sopracciglia. “Mi stai parlando in arabo, non ho capito una sola parola,” disse, scrollando le spalle.
Con pazienza, cercando di essere il più chiaro possibile, gli spiegai: “È come istruire una parte di te di cui non sei consapevole. Durante il giorno, devi porti delle domande ogni due ore circa, come ‘Sto sognando?’ o ‘Come sono arrivato qui?’. Una tecnica comune è anche quella di guardare l’orologio due volte di seguito.”

“Ma figurati se mi ricordo di fare queste cose,” mi interruppe Mario, con un
sospiro. “Non mi ricordo nemmeno cosa ho mangiato ieri. Non è per me. Per
sognare mi basta bere una bottiglia di vino bianco.”
Annuii, ricordando la mia motivazione nascosta dietro a tutto ciò. In realtà, l’interesse per i sogni lucidi non era tanto per il piacere di controllare i miei sogni, ma per trovare un modo di evadere dalla mia condizione. La mia malattia non mi permetteva di usufruire delle solite vie di fuga come l’alcool o le droghe, e in quel periodo, avevo bisogno di trovare qualcosa che mi distogliesse dalla realtà, almeno per un po’.
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3
Quel giorno, coprendo un collega assente, mi ero guadagnato un furgone della società per tornare a casa. Ero solo, poiché Mario era uscito alla fine del suo turno. Accesi la radio e ascoltai con attenzione l’apertura del giornale: era avvenuta una piccola esplosione dentro il rilevatore di particelle appena ultimato all’interno del CERN.
Mi colpì particolarmente la notizia, perché proprio quella mattina avevo letto un approfondito articolo sul CERN che parlava delle ricerche in corso sul bosone di Higgs e sull’antimateria. L’articolo speculava sul potenziale ruolo del bosone nella scomparsa dell’antimateria e sulla rivoluzionaria natura di queste ricerche. E ora, l’esplosione potrebbe aver compromesso mesi o addirittura anni di ricerche.
Mi chiesi immediatamente: l’esplosione aveva a che fare con questi esperimenti? La notizia dell’esplosione minimizzò l’evento, ma se gli esperimenti sul bosone di Higgs e sull’antimateria erano davvero coinvolti, le ripercussioni sarebbero potute essere immense. In un attimo, il semplice leggere di un argomento la mattina e ascoltarlo alla radio la sera stessa mi fece riflettere sulla fragilità e complessità delle ricerche scientifiche. Non poteva essere una semplice coincidenza.

Parcheggiai il furgone sotto casa, incontrando la signora Dagmar del terzo
piano, una vecchia tedesca inferma e pressoché sorda, intenta a buttare i
rifiuti. La salutai cortesemente, ma non ricevetti alcuna risposta.

Mi ritirai in casa, prima di entrare sotto la doccia, abbassai le tapparelle.
Srotolai la cordicella e notai una debole luce nell’oscurità distante, un muro
di pioggia che si avvicinava minaccioso. La porta della doccia, come sempre,
mi rimase in mano e mi rammentò che avrei dovuto sistemarla il weekend
successivo, ma sapevo che non l’avrei fatto. Così, per entrare ed uscire dalla
doccia, dovevo appoggiare il pannello di plexiglas in un angolo.
